Archivi giornalieri: 16 gennaio 2012

Aspettando godrò

Prova ancora.
Fallisci ancora.
Fallisci meglio.

Se per la seconda volta in poche ore mi imbatto in queste parole di Samuel Beckett, penso, sarà una specie di segno. Scelgo di raccoglierlo evitando comunque di giurarmi che da domani saprò fallire con coraggio, perché l’assurdo lo lasciamo a Beckett. Lo raccoglierò nel modo più inutile possibile: scrivendoci su.
Due volte, dunque, da fonti e in momenti diversi. La prima venerdì sera dalla viva voce della mia insegnante di teatro, come congedo al termine di una lezione intensa. La seconda poco fa, mentre me ne stavo stesa sul divano a leggere il romanzo di una ragazza che conosco personalmente ma “non abbastanza”, mi è venuto da pensare, dopo essermi riconosciuta in alcuni passaggi di quella storia (come spesso avviene quando si legge un libro, ma con l’aggravante che in questo caso per parlarne ogni tanto basterebbero un sms, un luogo e un’ora).

Fallisci a chi, Beckett? Sì, lo so che se tutti imparassimo a convivere un po’ più a cuor leggero con i nostri piccoli e grandi fallimenti il mondo sarebbe più bello, ma potreste fallire voi e lasciarmi sprecare in santa pace la mia esistenza nel tentativo, seppur fallimentare, di essere infallibile?
Non posso farci niente, sono nata sotto il segno del leone e cresciuta con un padre che, per troppo amore, ha insinuato in me l’idea che volendo potevo (e quindi dovevo) essere la prima. L’errore, in questa visione, è circoscritto in 3 parole fra parentesi che forse con il tempo ho aggiunto da sola. Ma il succo è, Beckett, che se anche un giorno imparassi a fallire senza vergogna, poi dovrei imparare anche a perdonarmi per questo e ti giuro che la trafila è lunga; e ad ogni modo sono convinta che se mai nella vita mi riuscisse di scrivere qualcosa di vagamente simile ad Aspettando Godot, in seguito potrei anche accettare qualche piccolo fallimento qua e là.

Un’altra cosa dice sempre mio padre: che ho il vizio di iniziare le cose e non portarle mai a termine. Eliminando il mai, per il resto mi trovo d’accordo. Ci ho ripensato poco fa, mentre me ne stavo in ammollo in quella sensazione di lieve malinconia che provi quando leggi l’ultima pagina di un libro e mi sono resa conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che mi è capitato. Perché io, so che potrebbe sembrare il vezzo della protagonista di una storia scritta male, ma non finivo un libro da mesi. Mi fermo a un passo dalla fine, come faccio quando ascolto una canzone con l’ipod e mando avanti a circa 10 secondi dall’ultima nota. Ho un problema con i finali, credo che in qualche modo mi spaventino come mi ha spaventata l’ultima persona che mi disse “ti amo”, nel momento preciso in cui me lo disse, ed io pensai “sarà terribile perderlo, se finirà”.

E così è stato. Tanto che ancora adesso mi capita di pensarci senza alcun motivo; oggi, ad esempio, mi sono improvvisamente ricordata che presto quella persona avrà le chiavi della sua nuova casa e, fra tutte le cose che potevo chiedermi, mi sono chiesta come si sentirà quando ci farà la doccia per la prima volta. Se canterà a squarciagola, come faceva sempre sotto la doccia, fregandosene dei vicini e facendomi morire di vergogna. Se si sentirà più libero o più solo, mentre in quel bagno rimbomberanno per la prima volta i versi di Summertime, resi un po’ grotteschi da quelle sue vocali sguaiate.

Comunque, Beckett, volevo dirti che prima stavo solo scherzando: in fondo prendo davvero le tue parole come un piccolo messaggio e so che mai, come in questo momento della mia vita, sono stata pronta a fallire. A provarci, quanto meno. Ad avere fiducia, in me e negli altri. Ad aspettare che qualcosa arrivi. Perché ovviamente non arriverà “quando meno te lo aspetti”, come in molti sostengono, anzi: se siete intelligenti, per favore, non ditela questa cosa. Perché ormai la maggior parte di noi dagli altri non si aspetta proprio un cazzo e allora, gente, vogliamo davvero fare meno di così?