Aspettando godrò

Prova ancora.
Fallisci ancora.
Fallisci meglio.

Se per la seconda volta in poche ore mi imbatto in queste parole di Samuel Beckett, penso, sarà una specie di segno. Scelgo di raccoglierlo evitando comunque di giurarmi che da domani saprò fallire con coraggio, perché l’assurdo lo lasciamo a Beckett. Lo raccoglierò nel modo più inutile possibile: scrivendoci su.
Due volte, dunque, da fonti e in momenti diversi. La prima venerdì sera dalla viva voce della mia insegnante di teatro, come congedo al termine di una lezione intensa. La seconda poco fa, mentre me ne stavo stesa sul divano a leggere il romanzo di una ragazza che conosco personalmente ma “non abbastanza”, mi è venuto da pensare, dopo essermi riconosciuta in alcuni passaggi di quella storia (come spesso avviene quando si legge un libro, ma con l’aggravante che in questo caso per parlarne ogni tanto basterebbero un sms, un luogo e un’ora).

Fallisci a chi, Beckett? Sì, lo so che se tutti imparassimo a convivere un po’ più a cuor leggero con i nostri piccoli e grandi fallimenti il mondo sarebbe più bello, ma potreste fallire voi e lasciarmi sprecare in santa pace la mia esistenza nel tentativo, seppur fallimentare, di essere infallibile?
Non posso farci niente, sono nata sotto il segno del leone e cresciuta con un padre che, per troppo amore, ha insinuato in me l’idea che volendo potevo (e quindi dovevo) essere la prima. L’errore, in questa visione, è circoscritto in 3 parole fra parentesi che forse con il tempo ho aggiunto da sola. Ma il succo è, Beckett, che se anche un giorno imparassi a fallire senza vergogna, poi dovrei imparare anche a perdonarmi per questo e ti giuro che la trafila è lunga; e ad ogni modo sono convinta che se mai nella vita mi riuscisse di scrivere qualcosa di vagamente simile ad Aspettando Godot, in seguito potrei anche accettare qualche piccolo fallimento qua e là.

Un’altra cosa dice sempre mio padre: che ho il vizio di iniziare le cose e non portarle mai a termine. Eliminando il mai, per il resto mi trovo d’accordo. Ci ho ripensato poco fa, mentre me ne stavo in ammollo in quella sensazione di lieve malinconia che provi quando leggi l’ultima pagina di un libro e mi sono resa conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che mi è capitato. Perché io, so che potrebbe sembrare il vezzo della protagonista di una storia scritta male, ma non finivo un libro da mesi. Mi fermo a un passo dalla fine, come faccio quando ascolto una canzone con l’ipod e mando avanti a circa 10 secondi dall’ultima nota. Ho un problema con i finali, credo che in qualche modo mi spaventino come mi ha spaventata l’ultima persona che mi disse “ti amo”, nel momento preciso in cui me lo disse, ed io pensai “sarà terribile perderlo, se finirà”.

E così è stato. Tanto che ancora adesso mi capita di pensarci senza alcun motivo; oggi, ad esempio, mi sono improvvisamente ricordata che presto quella persona avrà le chiavi della sua nuova casa e, fra tutte le cose che potevo chiedermi, mi sono chiesta come si sentirà quando ci farà la doccia per la prima volta. Se canterà a squarciagola, come faceva sempre sotto la doccia, fregandosene dei vicini e facendomi morire di vergogna. Se si sentirà più libero o più solo, mentre in quel bagno rimbomberanno per la prima volta i versi di Summertime, resi un po’ grotteschi da quelle sue vocali sguaiate.

Comunque, Beckett, volevo dirti che prima stavo solo scherzando: in fondo prendo davvero le tue parole come un piccolo messaggio e so che mai, come in questo momento della mia vita, sono stata pronta a fallire. A provarci, quanto meno. Ad avere fiducia, in me e negli altri. Ad aspettare che qualcosa arrivi. Perché ovviamente non arriverà “quando meno te lo aspetti”, come in molti sostengono, anzi: se siete intelligenti, per favore, non ditela questa cosa. Perché ormai la maggior parte di noi dagli altri non si aspetta proprio un cazzo e allora, gente, vogliamo davvero fare meno di così?

Un treno che si chiama desiderio


Come si è detto, i mezzi di trasporto sono spazi molto teatrali: è una semplice questione di distanze, che ci costringe in qualche modo ad “avere a che fare” con l’altro o, per lo meno, che c’impedisce d’ignorarlo del tutto.
Un interregionale diretto a Udine, un giorno, mi ha regalato questa scena:

C’è una signora anziana che parla, parla un sacco: racconta, commenta, ricorda. Ha degli occhi molto blu, vivi, senza quel velo che spesso hanno gli occhi degli anziani. Ha proprio voglia di parlare, si vede. Accanto a lei un uomo di una ventina d’anni più giovane, si direbbe circa sessanta, (suo figlio?) sembra distratto, risponde a monosillabi, a volte grugnisce e basta.
Il treno si ferma alla stazione di Sacile e la donna s’illumina: “Ti ricordi”, dice, “quando siamo venuti a Sacile a mangiare i calamari fritti con la polenta?”. Lui non risponde. “Erano buoni…” continua lei, guardandolo. Lui non conferma, ma lei non sembra averne bisogno: se lo ricorda.

In arrivo alla fermata successiva i due si alzano. Lui raccoglie una borsa in fretta e furia, abbozza una specie di sorriso e con un impercettibile cenno del capo mi saluta e cerca l’uscita. Lei si alza con fatica, ma senza smettere di sorridere. Poi si rivolge a me: “Prosegue?” “Sì, fino a Udine”, rispondo. “Udine. Non ci sono mai stata, con tutte le volte che sono venuta a Pordenone! Io sono di Parma. Com’è Udine?” “Ah, molto piccola”, dico, come se le dimensioni di una città potessero avere un qualunque tipo di rilevanza in un giudizio su di essa. Poi aggiungo: “Parma dev’essere bella”. “Sì, è bella. Anche a Udine ci sarà qualcosa di bello da vedere…” insiste. Esito un secondo, poi rido. “Certo”, le dico, “come dappertutto”. Lei annuisce. “Abbiamo tanti bei ricordi” aggiunge infine, con una dolcezza che non credo di avere mai sentito nella voce di nessuno. E augurandomi “buona continuazione” raggiunge il suo compagno di viaggio.

E mentre la guardo scendere dal treno per un attimo sento affiorare il desiderio di arrivare al mio traguardo così: con quello sguardo, quel sorriso, e con quella dolcezza poter dire “abbiamo tanti bei ricordi”.
Perché in fondo credo che i bei ricordi avranno poco a che fare con le soddisfazioni che ci sforziamo di accumulare ogni giorno. Forse, chi lo sa, saranno molto più simili al cartello di una stazione e ad un piatto di calamari fritti con la polenta.

Say fromage

Parigi, 31 dicembre 1999. Un paio d’ore prima della mezzanotte che separò il millenovecento dal duemila, in un restaurant de la Ville Lumière, una donna raffinata – perfettamente coiffata e vestita con gusto impeccabile – brandì una macchina fotografica analogica e immortalò una ragazza dai capelli crespi intenta ad osservare con immeritato disprezzo i commensali del tavolo vicino (un gruppo di rumorosi italiani, colpevoli solo di attendere il nuovo millennio con il folkloristico entusiasmo che li contraddistingue a livello internazionale).
Quella donna era mia madre e quella foto fu scattata per un motivo preciso: dimostrarmi come, talvolta, una faccia possa comunicare molto più di quanto dovrebbe.

La missione andò a buon fine, considerando che ancora oggi ricordo perfettamente l’espressione di sdegno sul volto di quella me ancora minorenne (dettaglio che non aggiunge nulla, ma ci tenevo). Temo però che l’obiettivo fosse più ambizioso: invitarmi a porre un filtro un po’ più consistente nel passaggio fra pensiero e reazione esteriore.
Non a caso si dice che le mamme abbiano sempre ragione.
Perché le persone “trasparenti” ci piacciono sulla carta, ma nel concreto tendiamo a preferire quelle più pronte a dire ciò che vogliamo sentire. La sincerità non paga e praticarla è un’ottima tecnica per coltivarsi dei nemici.

Tuttavia, come al solito, non seguii il consiglio di mia madre e so bene che ancora oggi mi capita di sfoderare quella  stessa faccia. Lo so perché i più attenti me lo fanno notare e a volte qualcuno mi chiede perfino: “Vabbè, ma tutti ‘sti anni di teatro manco a questo ti sono serviti?”.

No.

Anzi, mi sa che hanno lavorato in senso opposto. Il che mi offre nuovamente l’occasione perfetta per approfondire il dibattito “realtà della vita vs finzione della scena”, ma mi sento di rimandarlo ancora.
Mi limiterò soltanto a dire che, nonostante la mia incapacità di fingere in maniera credibile, che causa svariate complicazioni alla mia vita privata (dall’impossibilità di complimentarmi con le tante inconsapevoli madri di brutti neonati a quella di scartare con serenità un pacchetto regalo, fino alla lucida consapevolezza che la mia carriera si fermerà sempre un passo prima della leccata di culo, vale a dire qui), talvolta capita che io riesca lo stesso ad ingannare qualcuno.
Ma se fingo in scena non mi crede nessuno.

The importance of not being Darla

Chi ha frequentato un corso di teatro anche per una sola lezione, avrà senz’altro sentito pronunciare la parola “ascolto”. Perché la capacità di ascoltare è la base e se non ce l’hai puoi anche avere un talento insuperabile ma in scena non funzioni. Se t’innamori della tua intuizione e la segui a prescindere, senza tenere conto dello spazio, delle circostanze, del qui ed ora e soprattutto degli altri, fai schifo.

Il problema è che capita continuamente di scoprirsi in scena con il “pilota automatico” inserito, non si è mai abbastanza allenati contro questa trappola. Io, in compenso, sul piano ascolto mi sono allenata molto nella “vita reale” (che poi, sulla realtà della vita e la finzione della scena ci sarebbero parentesi da aprire, ma non ora, ché perdo il filo).
Ho ascoltato un sacco, soprattutto faccende di cuore, e ho investito parecchio del mio tempo a dispensare consigli assennati, ostentando cognizioni di causa a casaccio. E, grazie a questo mio talento, ho trascorso l’adolescenza e alcuni degli anni successivi a sentirmi definire “saggia”, “matura”, “comprensiva”, “empatica”, “disponibile” (e non nell’accezione interessante del termine).

Ora. A chiunque sia convinto che gli argomenti preferiti di ogni donna siano uomini, sesso e amore dirò una cosa scontata: No. E aggiungerò che io, personalmente, detesto ascoltare questi temi per i seguenti 3 motivi almeno:

1) Sono circa quattro anni che non mi capita d’innamorarmi, per cui se vuoi raccontarmi che ti sei innamorata o, peggio ancora, che uno si è innamorato di te io ti odio, perché se esistesse una giustizia a questo mondo al posto tuo ci sarei io.

2) Se sei in crisi va bene, perché mi fai sentire più fortunata, ma visto che poi sono in poche quelle che sanno regolarsi su quando sia l’ora di mettere un punto al dramma, va a finire che mi ritrovo a ripetere le stesse cose per giorni, settimane, mesi. Le stesse parole. Invano. Perché una donna innamorata non ti ascolta. Ed è piuttosto deprimente.

3) Se sei felice, ecco. Sono contentissima per te, perché sicuramente ti voglio bene. Però voglio che tu rifletta su questa cosa: le coppie felici, vissute dal di fuori, sono di una noia insostenibile e lo sappiamo tutti, altrimenti nelle serie tv non esisterebbero i conflitti e a quest’ora  Ridge e Brooke sarebbero a Big Bear per celebrare le nozze d’oro soli come cani, visto che, a quanto mi risulta, la mantide s’è fatta inseminare da chiunque tranne che da lui.

A proposito di Beautiful, introduciamo un altro argomento importante: nessuno è entusiasta di interpretare la parte dell’attore non protagonista a vita. Mi sembra ovvio. Voglio dire, chi vorrebbe essere Darla? una donna che (tralasciando i facili commenti sulla scelta del nome meno azzeccato nella storia della tv) per vent’anni sta a guardare quello che fanno gli altri, senza fornire il minimo contributo, per poi guadagnarsi il suo posto nel mondo solo un attimo prima di partorire con dolore e morire schiantata in un incidente d’auto?

Per cui, ragazze, ve lo confesso: io mi sono licenziata anni fa. E mentre voi stavate lì e continuavate a raccontare avventure al mio cartonato, io sono fuggita dalla porta sul retro alla ricerca di qualche altro ruolo a caso. Così, anche solo per il gusto di variare. Sto studiando per un ruolo da cattiva, a dire il vero, anche se non mi ci sento portata, ma trovo che ne valga la pena perché i cattivi sono i più divertenti. E comunque non è stata proprio una mia idea, il primo a suggerirmelo fu un attore, una decina di anni fa, durante uno dei miei primi seminari teatrali. Lui, che conduceva il seminario e aveva indubbiamente una certa esperienza, nel corso di un esercizio mi disse: “Ok, è vero che sei giovane” (ed era vero sì, avevo 20 anni), “ma non devi trincerarti sempre dietro questa freschezza, altrimenti finirai a fare solo il ruolo dell’amichetta buona“.

Trovai la prospettiva sinceramente orribile, così decisi di impegnarmi su questo fronte e lui, per aiutarmi a perdere quella fastidiosa innocenza che rappresentava un ostacolo per la mia crescita artistica, al termine del seminario decise di darmi delle lezioni private a casa sua; funzionarono, credo, ma lui non lo seppe mai, perché abbandonò il cast il giorno dopo. E so che potrebbe sembrare l’incipit di una storia triste, ma tirate pure un sospiro di sollievo, perché vi assicuro che fu un pomeriggio di gioia. Di vera gioia.

Comunque, ritornando a monte, vorrei solo dichiarare questa cosa mettendola nero su bianco: io, quando sarà il mio turno, giuro che non vi dirò un cazzo. E non per timidezza o discrezione o pudore. Per pietà.

Best Loser Awards: and the winner is Johnny!

Buongiorno!”, esclama Johnny tutte le mattine, appoggiando il suo casco sulla scrivania. Lo fa con un’enfasi volutamente eccessiva e subito aggiunge “come va stamattina?”, sperando di cogliere una vena polemica nella risposta di qualcuno ma sapendo che riceverà solo dei politici “bene grazie“ . E allora si toglie la sciarpa ed espira a fondo, aspettando di poter annuire e replicare con un affettatissimo ”me ne compiaccio“. E se, per semplice educazione, si decidesse di concedergli un cortese “e tu?” si può star certi che risponderebbe con queste precise parole: “bah. La facciamo andare“.
Ecco perché da un pezzo ormai nessuno glie lo domanda più, povero Johnny.

Johnny ha capelli corti biondo-rossicci, occhi chiari ma troppo piccoli per farsi notare, labbra sottili e una corporatura slanciata ed asciutta, nonostante impieghi la maggior parte del suo tempo ad ingoiare caramelle. Qualcuna sostiene sia un bell’uomo, ma la maggior parte – valutandolo nel complesso – non è d’accordo, povero Johnny.

Johnny è una di quelle persone che a prima vista non sapresti dire quanti anni abbiano. Ama molto dire cose tipo “bella lì, ma vai tranquillo, alla grande, dibbrutto, yeah“ e una volta qualcuno giura pure di averlo sentito pronunciare un “geddàun“ al telefono, cose che hanno un gusto così squisitamente moderno da farlo apparire come uno di quegli articoli dismessi che sulle bancarelle si chiamano vintage per costare venti volte quel che valgono. Stando agli indizi, il nostro Johnny dovrebbe avere appena passato la quarantina, il che lo rende troppo vecchio per legare coi veri giovani e troppo gggiovane per far parte di quelli che contano. La vita gli ha affidato il ruolo dello sfigato e lui lo veste così bene da meritarsi l’Oscar. Povero Johnny.

Johnny subisce dunque l’emarginazione dei giovani e il mobbing dei vecchi e passa le sue giornate a far finta di impegnarsi in un lavoro che detesta e che evidentemente non gli riuscirebbe neppure in un clima più disteso di quello in cui è costretto ad operare, neppure senza aver gente che sta lì con le fauci spalancate in attesa che compia un errore per poterselo sbranare. E di errori, Johnny, ne compie tanti. Elemosina attenzioni, per esempio, fingendo di aver avuto trovate geniali e rincorrendo i capi per i corridoi a suon di “c’è una cosa che volevo condividere con te!“, così loro gli rispondono “è una cosa lunga? perché prima devo…
Uh! e se ne sentono di cose che i capi devono fare prima di poter ascoltare cos’ha da proporre Johhny: rivedere i conti in amministrazione, scappare in riunione, andar via di corsa o addirittura portare il cane dal veterinario. Fra un po’ succederà che, quando Johnny avrà un’illuminazione, qualcuno dovrà urgentemente innaffiare le piante o correre a finire il sudoku. Ma come dar loro torto se Johnny, per esprimere un semplicissimo concetto, ci mette un quarto d’ora di ammiccamenti e inutili, sbrodolosi condimenti? E’ logico, no? povero Johnny…

Che a guardarlo lì così, in piedi in mezzo all’open space, come un attore in attesa di un applauso che non parte, come un uomo senza un briciolo di credibilità alcuna, non sai nemmeno se quello che provi è più pena per il fastidio che ti dà, o più fastidio per la pena che ti fa.
Lo vedi tornare alla sua scrivania e pranzare con un paio di barrette ai cereali, per poter recuperare quell’ora che alla fine gli servirà per fuggire prima, alle 6 in punto, da una splendida figlioletta di pochi anni, di cui lui spesso parla affermando con aria compiaciuta che “sta diventando davvero godibile quella bambina lì“, e da una moglie che molto probabilmente gli metterà le corna o almeno si spera, perché se uno non è capace di essere genuino nemmeno quando parla di sua figlia allora insomma, Johnny, povero un cazzo!

Tutto è teatro, malgrado noi stessi

La metropolitana è un microcosmo per viaggi brevi e senza pretese. Non ti promette niente: sai benissimo che, una volta entrato, al massimo uscirai nel punto opposto della stessa città. Eppure, nel tempo di qualche fermata, storie individuali si respirano addosso, potrebbero anche prendersi se lo volessero. Nessuno lo vieta.

Si muove sotto terra, succede sotto la superficie senza che il resto del mondo se ne accorga: uno si lava i denti, va in farmacia, porta a pisciare il cane e mica sta a pensare che sotto ai suoi piedi stanno passando decine e decine di persone. È uno spazio che – in alcune fasce orarie, s’intende – contiene il giusto numero di corpi, alla distanza necessaria per potersi osservare. Non vicini come negli ascensori, che ci costringono ad esaminarci attentamente la punta delle scarpe, a rileggere vecchi sms, a non respirare quasi; ma neppure lontani come per strada, dove siamo liberi di ignorarci, cambiare marciapiede, scomparire dietro l’angolo.

Ogni nostro ingresso è un’entrata in scena. Diamo una rapida occhiata a centottanta gradi e prendiamo posizione, sfoderando una perfetta coscienza dello spazio, che neanche i migliori allievi-attori saprebbero essere altrettanto precisi nel distribuire una tale equidistanza fra sé e ogni altro essere vivente. Tuttavia, se decidiamo di sederci, dimentichiamo gli equilibri e corriamo ad accaparrarci il posto all’estremità della fila, per avere almeno un lato di noi stessi libero dal contatto con corpi altrui.

(Ditemi che lo fate anche voi e che non è un problema mio.)

Stamattina il vagone è abbastanza sgombro da lasciarmi la possibilità di scegliere il mio sedile all’estremità di una fila tutta vuota. Ma, fermata dopo fermata, lo spazio comincia a riempirsi e di fronte a me si siedono due giovani donne biondissime. Bionda numero 1 ha in mano un pacchetto (regalo di Natale ricevuto da bionda numero 2), lo scarta e vi estrae due pesciolini di ceramica Thun.

Bionda n°1: “Ah, che carini, sono quelli dei segni zodiacali…”

(il tono di voce lascia intendere che il suo profilo astrale non abbia nulla a che fare coi pesci)

Bionda n° 2: “Sì sì, ma non te li ho presi per quello, è…”

(cerca nella memoria qualche aneddoto comune legato a dei pesci, che possa trasformare in mezzo secondo un regalo riciclato in un “regalo pensato”)

Sovrumani silenzi.

E mentre io nel pensier mi fingo ove il cor non s’imbarazza, ecco che entra un nuovo personaggio e si siede alla mia destra. Sposto la borsa e, risistemandomi entro i confini del sedile che mi spetta, un po’ mi stizzisco per questa “invasione di campo”. Trovo sempre lievemente imbarazzante il momento iniziale, in cui i due corpi cominciano ad aderire e tu cerchi di gestire nel modo più naturale possibile il tuo istintivo desiderio di ritrarti, finché scopri – salvo casi estremi – che basta poco per abituarsi alla vicinanza dell’altro, fino a non farci quasi più caso. Si appoggia la coscia a quella di uno sconosciuto, il gomito sul suo avambraccio e dopo un paio di fermate ci si è incastrati alla perfezione. Tanto che potrebbe perfino succedere, ad un certo punto, che l’uscita di scena del proprio vicino ci costringa per un attimo a patire la sua mancanza. Come quando oggi, alla fermata della stazione centrale, quel tizio lì si è alzato all’improvviso e ho sentito come un colpo di vento.